mercoledì 6 luglio 2011

Etchiu'


Che un estraneo vi dia la sua benedizione, mentre scendete le scale o camminate per strada, mentre fate la spesa o la fila ad un museo, e' a New York un fatto del tutto naturale.
Quando l'aria nelle vostre narici crea fastidiosi pruriti, non potrete far altro che rispondere con un potente e rumoroso starnuto, e verrete benedetti in coro.
Il nostro "salute" assume significati trascendenti in America, traducendosi in un God bless you, “che Dio vi benedica”.

Il galateo new yorkese contempla svariate gentilezze: e’ facile che un estraneo ceda il posto sul metro’ per farvi sedere accanto ad un amico, e le porte degli ascendosori vengono tenute aperte per i ritardatari.
Ma il massimo della galanteria si esprime col raffreddore, quando un perfetto sconosciuto “benedira’ ” la vostra salute.
Qualora lo starnuto fuoriesca piu' volte, la benedizione si ripetera’ con enfasi e sentimento crescenti, in una filastraocca infinita di "Etchiu'! Bless you! Etchiu! Bless you!".
Lo starnuto non si libera nell'aria, ma viene custodito nella piega interna del gomito. La mano davanti alla bocca, infatti, e’ segno di incivilta’ a New York,
dove tutti vi guarderanno con sdegno qualora la tendiate successivamente per presentarvi o per mangiare.
Il gomito, invece, e’ un rifugio sicuro: dello starnuto benedetto, non rimane traccia.

lunedì 27 giugno 2011

Will you marry me?



Mary e Rose aprono le danze, lei in abito bianco, lei in un lucido tuxedo. 
Si prendono per mano, la marcia nunziale in sottofondo. 
Mary e Rose si guardano e non sanno se piangere o se ridere.
E’ il giorno della Gay Parade a New York e questa 42esima edizione ha un sapore particolare: 
venerdi’ sera alla 23:55, il Governatore Andrew Cuomo ha firmato l’emandamento che legalizza i matrimoni gay nello Stato di New York. La legge e’ passata grazie alla tenacia di Cuomo e al voto inaspettato dei deputati Repubblicani. 
“Non posso negare ad un essere umano e a tutti coloro che rendono grande questo Paese di avere gli stessi diritti che io ho con mia moglie” dice Mike Grisanti, Senatore di Buffalo, che con il suo voto ha cambiato le carte in tavola. 
E’ un giorno storico per la comunita’ gay e Bloomberg proclama il “trionfo di uguaglianza e liberta’ ". Urla di giubilo, abbracci e champagne davanti allo Stonewall bar nel Village, simbolo del movimento gay, in cui il 28 giugno 1969 i clienti si ribellarono per la prima volta alla prepotenza dei poliziotti.
Ma New York non celebra solo una comunita’: vuole che i piatti della bilancia tornino pari, e che la dignita’ sia la stessa per tutti.  
Mary e Rose si scambieranno presto gli anelli sotto un’ Empire State Building color arcobaleno.

PUBBLICATO sul N.28 del 14 luglio 11 di A "Mary e Rose, oggi spose"

martedì 21 giugno 2011

Scarpe piccole


C'e' un solo modo di stabilire se si e' diventati grandi a New York, un modo inconfutabile: si e' grandi quando le scarpe non stanno piu'.
Le scarpe sono un oggetto importante, soprattutto in adolescenza: se ne hanno poche, se ne avverte il valore. 
Nelle scarpe ci si cresce: si va a scuola e si assopora la prima liberta’; con le scarpe si salta sul letto o si corre quando si e’ felici. Quando stanno strette, e' tempo di cambiarle. Con rammarico, ma il distacco e’ superato da un gesto eclatante. 
Guai a conservarle come un cimelio, non si crescerebbe mai.

A New York le scarpe strette si prendono e si lanciano in alto, come i sogni un po’ guasti, come un viaggio finito. 
Si annodando i lacci, si individua un traliccio e via, si lanciano in cielo, poi le si guarda penzolare giu’ dal palo della luce. 
Leggenda vuole che le scarpe penzoloni appartengano a persone defunte o che segnalino aree di spaccio.
A me piace pensare che siano le scarpe di bambini cresciuti: le guardano dondolare finche’ non fa buio, poi si torna a casa che la cena e’ pronta. 
Ma le scarpe rimangono li’, appese al filo, come i giorni al passato.
Noi no, noi andiamo avanti. 
Noi oggi siamo un po’ piu’ grandi.



PUBBLICATO sul N.22 del 2 giugno 11 di A "Scarpe piccole"

Reckanawahaha: il luogo in cui le acque ridono


Alla luce di trascorsi viareggini e di una prolungata astinenza da costa, mi lascio persuadere da un lungo articolo sul New York Times che decanta le bellezze di un'isola felice ad un’ora dalla City. Rockaway e’ una localita’ ben piu’ suggestiva del nome che porta, non riferito ad una roccia lontana bensi’ al  “luogo in cui le acque ridono”.
Convinta da tanta poesia mi lancio alla ricerca del mio posto al sole. 
La realta’ pero’ e’ deludente: attese infinite alle stazioni di cambio, ristoranti trascurati e di quei mercatini di conchiglie neanche l’ombra. 
La spiaggia e’ infestata da gabbiani, api e numerosissime famiglie messicane che schiamazzano e si nutrono solo di pollo fritto. 

Mentre sconsolata rimpiango il mare italiano, un piccione lascia un souvenir. E cosi’ mi tuffo in acqua, per sciacquare souvenirs, tristezze e l’amaro dalla bocca. 
Solo sulla via del ritorno, nel bel mezzo di un paesino in cui mai vorreste che la benzina finisse, scopro Rockaway Taco, coloratissima tacqueria con pesce fritto e salsa guacamole. 
La clientela e’ composta  da ragazzi trendy alla ricerca della spiaggia d’oro: noi, esploratori di lidi immaginari, ammassati nel cortile di una sperduta tacqueria. 


venerdì 10 giugno 2011

The Andy Monument

Un fantasma si aggira per New York.
Me ne accorgo per caso un mattina, attraversando di corsa Union Square. Camminando a testa bassa verso la Broadway vengo sorpresa da un’ombra nuova, inaspettata.
E’ un fantasma pigro in verita’, poiche’ non gironzola inosservato per la City: ha trovato un comodo piedistallo all’angolo nord ovest di Union Square, e li si e’ sistemato.

Proprio dove la Broadway incontra la 17th strada in un vivace incrocio di skateboards, taxi e passanti, spunta ‘The Andy Monument’, scultura cromata di dimensioni umane, dedicata al padre della Pop Art, protagonista della scena artistica new yorkese anni settanta.
Il monumento e’ opera di Rob Pruitt, artista statunitense, che ha voluto rendere omaggio a Warhol, consegnandolo al pubblico nella sua tradizionale “uniforme”: Levi's 501, blazer di Brooks Brothers, la Polaroid a tracolla e la Medium Brown Bag di Bloomingdale's, in cui Warhol portava le copie di Interview. Commissionato dal Public Park Fund, ‘The Andy Monument’ e’ realizzato attraverso l’unione di arte scultorea e scannerizzazione digitale di modelli.
La cromatura argentata prende spunto dalla carta stangola che ricopriva i muri della Factory. Riflette luci, ombre e colori della citta’, dal porpora del tramonto fino al grigio dell’asfalto, finendo con l’integrarsi al panorama urbano.
Non solo l’opera ma anche la location e’ densa di significato: al 33 West di Union Square e poi al 860 della Broadway sorgeva la Factory, laboratorio creativo di Warhol, oggi sostituito dal negozio per animali PetCo. C’era Max’s Kansas City, punto di ritrovo di artisti e star dell’epoca, e su quest’angolo Andy Warhol distribuiva le copie del suo Interview, portandole dentro la brown bag. E’ sempre qui che Valerie Solanasm attento’ alla sua vita’ nel 1968.

Ma l’intento di Pruitt va oltre quello celebrativo di un’icona pop: prolunga infinitamente quei famosi “quindici minuti di celebrita’ ”, ma ricorda anche l’uomo. Spiega Pruitt: “Andy Warhol si trasferi’ a New York per poter diventare quel che veramente era, e tutt’oggi egli rappresenta quel coraggio e quella possibilita’. E’ con la stessa motivazione che io sono venuto a New York, ed e’ questo e’ il significato piu’ profondo di ‘The Andy Monument’ ”.
La statua stessa e’ esempio di quell’arte pop per cui Warhol e’ famoso: non e’ quindi solo un monumento che lo celebra, ma e’ anche quel prodotto artistico che lo stesso Warhol avrebbe potuto creare.

Warhol fa adesso compagnia agli altri iniquilini di Union Square: George Washington, Abraham Lincoln e il Mahatma Gandhi. La statua non sara’ tuttavia permanente, ma rimarra’ fino ad Ottobre. Numerosi i fan di Warhol che gli hanno reso omaggio, lasciando barattoli di Campbell Soup ai piedi della statua. Peccato che uno spirito poco poetico gli abbia velocemente rimossi.
http://www.nuok.it/2011/06/the-andy-monument-omaggio-al-re-della-pop-art/

domenica 15 maggio 2011

Una semplice scoperta



Nacque cosi' la nostra amicizia, inaspettata, infelice, sorpresa. Grazie ad una tazza di caffe'. 
Alcune amicizie nascono piano e ancora piu’ lentamente crescono, per accidenti, timidezze, diffidenze.
Io diffidavo. 
Seppure non abbia prestato orecchio a certe storie ne' a pregiudizi che scondinzolano come code di cane, certe cose ce le portiamo dentro. 
Volenti o nolenti (o dolenti). Sono li’, annidati, nascosti, gli arcani timori.
Siamo adulti e vaccinati, e sappiamo che a New York nessuno e’ straniero, perche’ in fondo ognuno lo e’.
Ma una donna col velo fa sempre il suo effetto.
Rinchiusa in gabbiottino di metallo fumante, silenziosa, solitaria: quanto basta.
Il volto coperto, lo spazio racchiuso: quanto basta.
A trasalire.
Forse non avevo mai conosciuto una donna musulmana. Forse non sapevo immaginare chi fosse, ne’ perche', ne’ cosa avrebbe potuto rispondermi. 
Per me era l’afgana col burqua, la cecena con l’esplosivo.
Un volto coperto, di uomo o di donna, cela l’individuo e ostacola l'empatia, annulla il contatto e lo sguardo non sa dove cadere.
Nella consapevole ignoranza, rimanevo diffidente.
Finche' un giorno non aprii alla realta': un gabbiottino di metallo, all'angolo tra Lexington e 57th, non puo' far del male! Un caffe' fumante al prezzo di $1, sulla strada tra la metro e l'ufficio, non puo’ essere una minaccia!
Ruppi l’indugio.
Il caffe’ era buono, sano pentimento di mattine assonnate. “Senza zucchero/in tazza piccola/con latte”, fu la consueta filastrocca, e lei la imparo’ presto, tanto da poter darmi “il solito” con uno sguardo.
In realta’ la prima volta non so neanche se la guardai.
Forse il tempo di vedere che la gonna marrone si intonava con il velo a fiori, porgere il dollaro alla finestra, avere la fretta di mescolarmi al traffico del mattino.
La seconda volta forse un po’ di piu’.
La camicetta verde pan-dan col velo ricamato, le mani veloci, il sorriso generoso.
Ma quel che piu' mi colpi' fu il coperchio.
Come ogni caffe' che si rispetti, il bicchiere di cartone richiede un coperchio, sottile tappo in plastica bianca. Presenta una linguetta, che si solleva e si fissa all'indietro, permettendo cosi' di sorseggiare il caffe'*.
In tre anni, centinaia di caffe' e molte linguette, tutti i coperchi hanno sempre presentato caratteristiche comuni: anonimi, asettici, decisamente antiestetici.
Tutti, tranne uno.
Il coperchio della donna velata era diverso: aveva un orsetto.
Si', un orsetto.
Una sagoma di orsetto disegnata, un fantasioso bassorilievo al di sopra della linguetta, che veniva poi coperto quando questa andava su.
Rimasi colpita da quel coperchio a orsetto, e dimenticai il caffe’. Come un messaggio in una bottiglia, come un qualcosa di chiaro da sempre. 

Sciacquai il coperchio, lo asciugai con cura. Lo avvolsi in un fazzoletto di carta, lo riposi nel cassetto.
Come un segreto da custodire, come un messaggio in codice, lo conservai.
La donna che mi spaventava (l’Islam che minaccia l'Occidente) utilizzava tappi a forma di orsetto.
Inverosimilmente vero.
Un orsetto sorridente per giunta, placido e sereno, che dopo averlo visto, spunta il sorriso. 
Non so se la donna velata fosse consapevole dell’orsetto. Forse lo aveva scelto tra mille, un coperchio tra campioni di coperchi, un orsetto per ogni cliente.
O forse, piu’ probabilmente, le era stato mandato per caso, con il nuovo ordine di coperchi, tappo tra i tappi, tappo ordinario. Ma non sono a volte i motivi a fare da conto, bensi' la realta’ delle cose, le forme che la realta’ stessa puo' prendere. Ad esempio una forma ad orsetto.
La donna col velo rinchiusa nel baracchino metallico del caffe'; la donna metallica rinchiusa nel gabbiottino velato del caffe', era l'orsetto. 
L'orsetto per me.
Rimasi a fissare quel coperchio bianco sulla scrivania molto a lungo, quella mattina.
Lavato-pulito-asciugato, sdraiato sulla mia scrivania.
Un coperchio, un sorriso, un orsetto.

Quella mattina ho capito molte cose.



*Nella ampia tipologia di coperchi di caffe', categoria al quanto americana, ne esistono di piu’ robusti, sprovvisti di linguetta ma dotati di un piccolo buco ovale, dove posare le labbra e sorseggiare. Sono piu’ solidi, sofisticati – talvolta hanno in dotazione una asticella tappa-buco, ma qui ci addentriamo nei rami dell'alta tecnologia della confezione del caffe', e non potete certo avere la pretesa di ottenere tutto questo con un sol dollaro.

lunedì 2 maggio 2011

La morte di Osama

Una tranquilla domenica di maggio, cenetta a casa e chiacchere tra i fornelli, vino e confidenze tra sorelle.
Improvvisamente, sbianco in volto, mi irrigidisco e perdo la voce. Mia sorella con apprensione che domanda: “E’ tutto OK?”. 
No, non e’ tutto OK. 
C’e’ quel nome sullo schermo, fa quasi paura: Bin Laden, ucciso, Abbotabad, Pakistan.
In una serata cosi’ intima e familiare, la notizia della morte di Bin Laden e’ come un’esplosione nell’aria, una nuvola densa che appesantisce il cielo, e rimescola il sangue dell’America.
L’America non ha mai dimenticato, l’America e’ ferita. 
Ma stanotte l’America festeggia, come mai avrei immaginato. 
Obama parla al mondo da Washington e una folla giubilante si ritrova davanti alla Casa Bianca.
Ground Zero e’ gremita di gente, parenti delle vittime, anziani e studenti che quella mattina erano solo bambini.
Abbracci, canti, urla, bandiere. "U-S-A! U-S-A!". Sembra la vittoria dei Mondiali, invece e’ un colpo inferto al cuore e alla mente del terrorismo.
Sara’ difficile addormentarsi questa notte, con l’America che canta dalla gioia. 
“Vivo o morto” era l’ordine, e stanotte Obama afferma:
Giustizia e’ stata fatta.


DIARIO#33 PUBBLICATO SU A N.20 19/05/11