lunedì 25 aprile 2011

Buona Pasqua da BG!



 



mercoledì 20 aprile 2011

Madison Square Magic


Dove passeggia la gente a New York?
Quale intenzione, melodia o pensiero accompagna il new yorkese nel suo quotidiano andare?
Tra le luci dei semafori e il rumore del traffico, un’installazione luminosa al Madison Square Park riprende la vita dei new yorkesi nel suo naturale fluire, e’ il simbolo di un'attivita’ quanto mai semplice eppure essenziale a New York: camminare.
Del passeggero si registra il passaggio, dell’andamento e’ recuperata la forma. I pensieri sono come lampadine che si spengono e si accendono, a ritmo di tacco.
E’ quel che ha creato Jimm Campbell, ingengnere elettronico-matematico del M.I.T., innamorato di chips e bassa risoluzione, arte e tecnologia.
Con "Scattered Lights" (letteralmente “luci sparpagliate”) installazione di una ventina di metri e 1,600 lampadine, Campbell ha voluto ricreare un'immagine luminosa in movimento, facilmente codificabile dal cervello umano. Da vicino semplici lampadine al vento contenenti un led, appese ad un filo, si accendono e si spengono; da lontano, distratti passanti sull'erba di Madison Square Park. 

Le lampadine sono come pixel, alternando la luce creano un’immagine: presto si dissolve, ma in un gioco di luci ed ombre, presto si ricompone.
L’opera tridimensionale di Campbell trasmette uno stimolo visivo bidimensionale. L’immagine a bassa risoluzione non lascia spazio al dettaglio, non presenta difficolta’ di lettura: e’ facilmente decodificabile dal cervello poiche’ e’ il movimento – in questo caso l’alternarsi di corrente elettrica, visivamente di luce - a veicolare informazioni.
Appartengono allo stesso progetto “Voices in the subway station” venti riquadri luminosi tra la pavimentazione di Madison Square Park, che rappresentano il passaggio della metropolitana, vita sottoterra che scorre, e “Broken Window” un’immagine in cristalli liquidi, riflette un angolo di strada.
"Che cosa potevo creare - si e’ chiesto Campbell - che fosse in bassa risoluzione e che contenesse della poesia?"
La risposta e’ “Scattered Ligths”, mimo luminoso di passi in un poetico corridoio di luce.

the video!

giovedì 14 aprile 2011

An untitled lamp/bear


L’arte pubblica a New York e’ nel pieno del suo splendore e, forse e’ il caso di dirlo, della sua grandezza.
Dopo le rose di Will Ryman, Park Avenue accoglie un’altra opera di grandi dimensioni. Appena qualche blocco piu’ giu’, davanti al Seagram Building, la celebre casa d’aste Christie’s ha collocato un orsacchiotto di pezza gigantesco. "Untitled (Lamp/Bear)" e’ l’opera dell’artista Urs Fischer, svizzero di origine, residente tra Zurigo e New York, noto al publico della Grande Mela per le esposizioni al New Museum di SoHo e per una sua recente opera, “Untitled (Candle)”, battuta alla casa d’asta Christie’s per un milione di dollari.
La versione newyorkese di "Untitled (Lamp/Bear)" e’ la terza di un “trittico” di installazioni create da Fischer nel 2005: un orsetto giallo e’ a Montauk NY, nel giardino di proprieta’ dell’imprenditore Adam Lindemann, mentre uno blu appartiene al manager finanziario Steven Cohen. Ma il teddy bear di Park Avenue rappresenta dei tre la versione piu’ grande. Fischer ha attinto direttamente ai ricordi di infazia per la sua realizzazione: ha chiesto ad un amico di cucirgli un orsetto di pezza, e ha trovato una fonderia di Shangai che realizzasse il prototipo in dimensioni sovrannaturali.
Il risultato e’ 22 tonnellate di bronzo per 7 metri di altezza. Trenta operai hanno lavorato all’assemblaggio e alla collocazione dell’orsetto, mentre la pavimentazione sottostante e’ stata rinforzata. La casa d’aste Christie’s ha chiesto 6 permessi alla citta’ di New York per l’installazione dell’opera, la quale verra’ battuta all’asta a Maggio, e gia’ si mormora che superera’ i 10 milioni di dollari. L'orsacchiotto rimarra’ seduto su Park Avenue fino a Settembre, per la gioia di grandi e piccini.
L’installazione “Untiteled (Lamp/Bear)” prevede oltre all’orso anche una lampada da tavolo in bachelite, che ne illumina il musetto e gli occhi a bottone. 
Trovarsi davanti a questo mastodontico orsetto di pezza crea una sensazione surreale, un’inaspettata regressione infantile. E’ un viaggio nei ricordi, nelle storie ascoltate prima di andare a dormire, nella luce sul comodino che illumina il libro di fiabe. L’orsetto accanto a noi che ascolta, e poi si addormenta, con la nostra stessa innocenza.

Lo spaesamento temporale e’ tanto piu’ forte se si contempla l’opera d’arte mentre si e’ dentro ad un taxi, magari bloccati nel traffico di Mid Town.
Le incombenze, i doveri, le responsabilita’ che l’eta’ adulta impone - cosi’ ben rappresentati dal paradosso del traffico a New York, citta’ che ha fatto della velocita’ uno stile di vita - appaiono futili al cospetto di tanta morbidezza.
La forza dell’opera e’ nella sua grandezza. Fosse un orsacchiotto di pezza di dimensioni “naturali” non lo noteremmo. Ma la grandezza richiama l’importanza di un momento: quello dell’infanzia, la scoperta del mondo, ma anche il bisogno di un posto sicuro, rappresentato dall’orso stesso.
Vedere il “teddy bear” di Park Avenue fa dimenticare il taxi e il traffico, le imcombenze e l’appuntamento mancato, il lavoro fino a tarda sera. Risuscita un bisogno fisico di liberta’ che l’infanzia in parte possiede.
Tutto quel che si vuole e’ addandonare il taxi, cosi' come le convenzioni, iniziare a camminare. Raggiunge l’orsacchiotto e magari mettersi a sedere su una sua zampa; da lassu’, tornati bambini, guardare il mondo, ricordarsi con quale sguardo dovremmo sempre guardarlo.



lunedì 4 aprile 2011

La panna dentro

A quel languorino che segue un pranzo leggero, facile rimedio alle troppe portate della settimana, ben si addice un caffe’, magari macchiato, magari condito con dolce bigne’, giusto per non dimenticare che sono italiana.
Camminando per SoHo, penso veloce alla meta indicata, e scelgo Falai, appena un isolato di distanza, che il sol pensiero fa venire voglia di correre tra Spring e Lafayette.
E poi le mattonelline bianche, cosi’ piccole e allineate, rispecchiano la luce che c’e’ oggi qua fuori. 
Finalmente, primavera.
Il locale e’ raddoppiato e i camerieri sono sempre gentili. Solo l’oste, come l'amico di Clinton St., sembra uscito da un libro di fumetti, che quando pensa par di vedere le nuvolette sopra la sua testa come little puffs of smoke.
Sul caffe' non ho dubbi. Ma il dolcetto?
Mi avvicino con circospezione, mai capissero che potrei mangiarli tutti. Il cameriere ha le stelle tatuate sul braccio, ma non si accorge della mia presenza.
Valuto colori, assortimenti, gusti.
Alla fine scelgo QUESTO


perche’ ha la caratteristica che piu' incontra i miei desideri di oggi: la FRUTTA.
Mi siedo, bevo un po' d'acqua, lascio che lo zucchero si sciolga nel caffe'. Giro il cucchiaio, assaggio la schiuma. Poi, finalmente, ecco, afferro la forchetta, pronta a fendere il colpo.
Qualcosa scompone certezze e illusioni: un imprevisto. La forchetta supera la pasta frolla, ma trova un facile varco.


Ora, cerchiamo di essere chiari. 
Di solito, la panna, si mette sopra.
Crepe alla nutella, mousse al cacao, torte di mele appena sfornate, pretendono un morbido cappello. E poi le fragole, certo, le fragole-con-panna.  E' una questione di trasparenza, oltre che di pubblicita'. 
E invece no. Falai decide di metterla dentro, la panna. 
E fa bene.

Cattura l’occhio, soddisfa la gola. La panna, determina molte scelte. A volte scegliamo qualcosa soltanto perche' ha la panna sopra, fingendo di dimenticare che si tratta solo di un dettaglio spumoso.
Falai pero’ fa una scelta diversa.
Il tutto determina un effetto e due significati.
Prima di tutto l'effetto sopresa: mordi la fragola e trovi la crema; aspetti la frutta e spunta lo zucchero. I cinque sensi contraddicono la realta’ presunta: hai ordinato un tortino alla frutta ma ti lecchi le dita dalla felicita’.
Poi il primo significato, che e’ un significato di merito.
Meritiamo di piu’.
Ordiniamo un tortino alla frutta, modesti, ma meritiamo la crema.
Falai la pensa cosi' e la mette dentro, la panna, eludendo ogni difesa. E’ la premura di voler soprendere chi non ci ha chiesto niente.
Il secondo significato e' esistenziale.
Alcune persone, infatti, hanno la panna dentro.
Viste da fuori sono fragole colte, a volte un po’ ruvide, storte, lavate, tagliate di fresco.
Ma in fondo, ricoperto da molti strati di frutta, nascondono un cuore di panna. 

Forse e’ questo che dobbiamo cercare nella vita.
La panna dentro.


Grazie Falai!!