sabato 15 dicembre 2012

Questo Abominevole Ordine Naturale delle Cose


La prima orrenda sensazione che ho sentito dopo aver letto il primo messaggio era di una dolorosa, indegna “abitudine”, quasi “richiesta”, domandata per poter vivere in America.  Una condizione cui dover sottostare, un pegno.
Quel messaggio era così semplice da sembrare consuetudine: “Hai sentito della strage nella scuola?” come dire “adesso non posso” o “ti chiamo piu’ tardi”.
E’ successo di nuovo.
Il primo alert della CNN, ricevuto poche ore prima, in una mattina intensa di lavoro, aveva catturato l’attenzione, aveva straziato i pensieri. Era pero’ rimasto poco approfondito.
I just received an alert, but I haven’t had chance to read. Is there any victim?” fu la mia risposta al primo messaggio, quello semplice.  
Il secondo messaggio, più complesso, quasi non lo ricordo. Ricordo molto di più il colore della moquette, la distanza tra me e il muro, quella targhetta in ottone con scritto “500”.
Perché quando l’emozione è troppo forte non riesco a pensare e mi muovo per immagini. Quel messaggio rimbombava nella mia testa.
27.
Ero seduta alla mia scrivania, immobile.
E quel senso di abitudine?
Riuscivo a pensare e a dire davvero poche cose, sconclusionate, sconnesse.
Eppure quel senso di “abitudine” brutale, disumano, indegno, per un attimo lo avevo sentito, il tempo di prendere l’ascensore, prima che arrivassero i dettagli, ma comunque era stato li, vergognoso.
Da dove veniva?
Dall’ “ordine naturale delle cose”, perché è loro cultura.
In Italia c’e’ la corruzione congenita in politica, in America le carneficine nelle scuole, nei mall.
Il possesso di un’arma da fuoco è in parte legato al concetto di “libertà”, molto più di quanto si pensi. Forse perché è semplicemente impensabile in Europa.
Ci sono le lobby, c’è la destra conservatrice, c’è il secondo emendamento della Costituzione che ribadisce il diritto ad armarsi.
Dice Cliff Stearns, parlamentare Repubblicano e avvocato del diritto alle armi:
Not only is the right to be armed a Constitutional right, it is also a fundamental natural right.
D’altra parte, Larry Pratt, direttore esecutivo del Gun Owners of America commenta:
“Gun control supporters have the blood of little children on their hands. Federal and state laws combined to ensure that no teacher, no administrator, no adult had a gun at the Newtown school where the children were murdered. This tragedy underscores the urgency of getting rid of gun bans in school zones.”
Una questione culturale. Un’evenienza, con cui tecnicamente potremmo anche dover fare i conti, secondo la legge delle probabilità.  
Anche la follia, come la libertà, trova il suo posto nell’ordine naturale delle cose.
La libertà di esser folli. Prendiamola così. E’ difficile, difficile, impossibile da spiegare, da accettare.
E’ un paese che dovrebbe cambiare, ma la sua natura riflette questo: uno scherzo, una tragedia, un dramma, rientra nel senso più ampio della vita, dove tutto può accadere e c’è davvero poco che si possa fare.
Scrive Gregory Gibson sul New York Times, in memoria del figlio 18 enne, perso il 14 Dicembre del 1992 proprio a causa di una sparatoria avvenuta presso il Simon’s Rock College in Massachusetts.
I came to realize that, in essence, this is the way we in America want things to be. We want our freedom, and we want our firearms, and if we have to endure the occasional school shooting, so be it. A terrible shame, but hey — didn’t some guy in China just do the same thing with a knife?
La verità è che:
More horrible still is the inevitable lament “How could we have let this happen?”
It is a horrible question because the answer is so simple. Make it easy for people to get guns and things like this will happen. Children will continue to pay for a freedom their elders enjoy.
L’economista Justin Wolfer ha usato invece twitter per condividere il suo punto di vista:
Let's not talk about gun control. It's too early, right? It's always too early. Except when it's too late.
E l’Economist commenta:
It is too late for gun control in America. It's never going to happen.
So this is just what one of America's many faces is going to be: a bitterly divided, hatefully cynical country where insane people have easy access to semi-automatic weapons, and occasionally use them to commit senseless atrocities. We will continue to see more and more of this sort of thing, and there's nothing we can realistically do about it.
It is too late for gun control in America. It's never going to happen.

Questo è ancora più vero alla luce dei recenti sviluppi delle indagini.
Un ragazzo ventenne, autistico, tre armi da fuoco di proprietà della madre, legalmente denunciate. La prima vittima è stata proprio lei.
Che amava le armi. Come molti nella piccola comunità del Connecticut. A volte portava i figli al poligono a sparare.
When some people who live near the elementary school heard the shots fired by Mr. Lanza on Friday, they said they were not surprised.
“I really didn’t think anything of it,” said a resident, Ray Rinaldi. “You hear gun shots around here all the time.”
E’ impossibile giudicare la storia di questa famiglia.
E’ meglio lasciare alla storia di ieri questi atroci avvenimenti, e provare ad andare avanti, dover andare avanti, cercando di non abituarsi, rifiutando un “ordine naturale delle cose” che dovrebbe non avere il diritto di esistere.

**Non è senso di spettacolarizzazione. Gli americani hanno un profondo genuino senso di appartenenza e di condivisione, che non viene intercettato da una disgustosa morbosità. Si stringono, nella gioia e nel dolore, ed essendo un paese tanto grande, la loro unione e la loro condivisione è possibile anche grazie ai media.
Da qui la pagina web del New York Times. 

domenica 21 ottobre 2012

Aurora


Aveva quattro armi da fuoco. Una pistola, due semiautomatiche, un fucile con caricatore a tamburo. 
Ventiquattro anni e una casa piena d'esplosivo. 
Il lungo capotto nero e' solo una delle macabre similitudini con Columbine, la tragica vicenda avvenuta tredici anni prima a soli 30 km di distanza.
A New York il permesso d'armi non e' concesso con uguale leggerezza, e forse, mi consolo, certe malattie della mente si avventano solo nel mezzo del nulla. 
Ma la sensazione e' sempre la stessa, quando ci si ritrova in situazioni "sensibili”: al parco, in metropolitana, al mall, insieme ad altre duecento persone: e se capitasse adesso, qui e ora? 
Orrore collettivo a cui la cultura televisiva americana ci ha quasi abituato.
Qualcuno ha commentato che se in quel cinema altre persone fossero state armate, forse, facendo fuori il killer, alcune vite sarebbero state risparmiate. Bentornato far-west. 
Io dico che l’America ogni mattina si guarda allo specchio e vede il riflesso di un prezzo da pagare per quella liberta’. Conti aperti con le proprie convinzioni. 
Evidentemente l'America ha un problema.

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mercoledì 17 ottobre 2012

Vietato barare


Sulla porta della classe, una targa in ottone mostra i dettami della “condotta accademica”, mette in guardia i maleintenzionati da ogni tentativo di plagio o menzogna. 
Viene lucidata ogni mattina.
E’ un’onta clamorosa, in America, quella che ricopre studenti (ma anche politici, attori, giornalisti e comuni cittadini) rei di aver imbrogliato per ottenere un vantaggio, con un “copia-incolla” o – molto peggio - un plagio. 
L’argomento è caldo perché al Stuyvesant, il liceo pubblico più prestigioso e selettivo di New York, moltissimi studenti hanno ammesso la colpa. Lo scandalo è scoppiato laddove a copiare non erano gli studenti più ignoranti, bensì i più promettenti, i primi della classe, insomma quelli che in Italia non copierebbero mai. 
Hanno copiato perché un mezzo voto in più o in meno determina il college a cui verranno ammessi, incidendo enormemente sulla loro vita e sul loro futuro. La pressione che ricevono dalla scuola e dalla società è alta, devono esserne all’altezza. 
Ma se l’imbroglio è scoperto, la carriera – giocata su un test - è inevitabilmente compromessa.


giovedì 27 settembre 2012

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Regole di galateo per newyorchesi e non .... Se ne parla su A!A n.38 - 20 Sett 2012 

venerdì 18 maggio 2012

Intervista a Emiliano Ponzi


10 x 10 è uno spazio bianco, candido come la luna che splende fuori dalla finestra, piccolo come un pensiero appena nato ma già pieno d’immaginazione, una pagina da riempire di colore e tratti a matita. 10 x 10 è anche un piccolo appartamento a Milano, dove ha inizio un sogno che piano piano si schiude e diventa realtà, il talento di chi riesce a trasformare un’idea in disegno, semplice ed essenziale.
E’ lì che, nel 2001, la passione di Emiliano Ponzi comincia a prendere forma e colore. Non ci sono maestri, non ci sono percorsi prestabiliti da seguire. Solo l’immaginazione, il coraggio e la tenacia di chi ha deciso di voler fare dell’illustrazione il proprio mestiere.
Oggi, a dieci anni di distanza, Emiliano celebra questa sua “passeggiata” con un libro, intitolato appunto 10 x 10. “Quel libro,” racconta lui, “rappresenta gli sforzi per rendersi visibile e la motivazione di lavorare in qualcosa in cui si crede. La stanza in cui ho abitato è stata un involucro utile per concentrarmi e costruire la prima parte del mio percorso”. Eppure, lavorare in un ambiente domestico, o al di fuori della mura di casa, non fa molta differenza: “10 x 10 è più che altro uno spazio mentale”.
Per noi, invece, 10 x 10 è decisamente qualcosa di più. E’ una finestra che ci da la possibilità di affacciarci sul suo mondo di illustratore e vederlo all’opera. E’ l’officina di un tecnico del tratto e del colore, della fantasia tradotta in disegno. Ed è per questo che il libro raccoglie, oltre ai disegni, una presentazione quasi astratta dell’artista, un percorso del tempo che ha passato disegnando per vivere, nonché tanti frammenti (esilaranti!) delle email di lavoro scambiate con i suoi committenti.
I clienti sono tanti e importanti, dal New York Times al Guardian, da Le Monde a La Repubblica, passando per l’Economist, Newsweek, Mondadori, Feltrinelli, Penguin Books. I riconoscimenti non si fanno attendere: ecco il Young Guns Award conferito dall’Art Directors Club (ADC) di New York, la medaglia d’onore dalla Society of Illustrators (New York e Los Angeles), l’Award of Excellence della rivista Print, e ancora i premi conferiti dalla rivista 3×3, dagli International Design Awards della rivista How, dai Communication Arts Illustration Annuals e dagli American Illustration Annuals. “Ogni tributo è una grande soddisfazione. Quello che ricordo con più felicità e’ l’ADC Young Guns che vinsi nel 2008. E’ un premio che viene assegnato ai migliori comunicatori under 30″.

La storia dietro all’immagine: “Say Her Name si riferisce al testo autobiografico dello scrittore Francisco Goldman: poco dopo il matrimonio con una donna più giovane, durante una vacanza, la sposa affoga in circostanze misteriose. Tutto il testo è la descrizione di questo amore perduto, ritratto di una creatura talmente unica da sembrare quasi aliena in questo mondo. Ho voluto rappresentare il commiato della moglie, dove l’abito da sposa e le onde del mare si confondono, creano un’unica massa bianca. Il marito inerme la guarda dalla riva come si guarda una nave che prende il largo per non tornare”.
Ora il New York Times, uno tra i clienti più longevi e affezionati, dedica al lavoro di Emiliano un’esibizione all’interno dell’edificio che ospita la sua redazione, a due passi da Times Square. E’ li che abbiamo avuto il piacere di incontrarlo. Ed è lì che è nata questa intervista. Con una prima, inevitabile domanda: come si mette in moto una carriera così fortunata, globale e fulminea?
Tutto è cominciato in bianco e nero, spiega lui. Emiliano inizia a disegnare senza toccare mai i toni dell’arcobaleno: “Non avevo fatto studi specifici e i colori mi spaventavano: troppi, troppe variabili”. Il bianco e nero gli appare più semplice, più pulito, più vero. Poi arriva l’Istituto Europeo di Design (IED), lo studio della tecnica, e così anche il colore diventa uno strumento, in una normale evoluzione del disegno a matita.
Benissimo, ma da qui a ritrovarsi a lavorare per alcune delle testate più prestigiose del mondo il passo è lungo. O no? “Quando si decide di trasformare la passione in lavoro, il talento non basta,” dice ancora Emiliano. “Bisogna strutturare, fare progetti a lungo termine, promuoversi. All’inizio è più difficile, ma se si prova a buttare il cuore oltre l’ostacolo, poco per volta ci si irrobustisce, trovando poi il coraggio di proporsi ai clienti più grandi”. Emiliano fa partire tante email, piene di disegni e speranze, come piccioni viaggiatori. Alcune si perdono per strada. Ma molte altre ritornano, piene di messaggi di ammirazione e apprezzamento, con lusinghieri inviti ad intraprendere un nuovo viaggio. Da qui hanno inizio le prime collaborazioni.

La storia dietro all’immagine: “Unjust Justice e’ la vera storia di Obie Anthony, imprigionato per diciassette anni per una sentenza d’omicidio mai commesso. Durante la pena, Obie non ha mai smesso di credere nella giustizia: l’uniforme da carcerato rivela abiti civili quando illuminata dalla luce che penetra dalla piccola finestra della cella”.
E qual è la chiave per trovare l’idea giusta? “Uscire da se stessi e stupirsi. Ovviamente lo sguardo del committente è sempre presente. In questo mestiere è difficile andare totalmente a briglia sciolta, anche se nella maggior parte dei casi questo non è un limite, ma piuttosto un modo per indirizzare la creatività verso un obiettivo.” La vera sfida è quella di trovare metafore visive sempre nuove, semplici ma al tempo stesso universali, capaci di parlare a tutti. “L’universalità è la componente più importante della mia professione: quando un’immagine ha un significato anche per chi non conosce il tema a cui si riferisce è una grande vittoria.”
In alcuni casi è necessario approfondire la materia e i temi richiesti, affinché l’idea abbia attinenza con la realtà. Altre volte si segue l’istinto e la propria fantasia. Molto spesso i due aspetti si mescolano assieme. “Dipende molto anche dal tema trattato. Alcuni argomenti sono più didascalici, dunque è più complesso immaginare oltre certi confini. In questi casi mi capita spesso di passare più tempo a cercare che a disegnare. Anche il modo in cui le idee arrivano può essere forzato. L’ispirazione da sola non è sempre sufficiente. Così provo a decontestualizzare e a ragionare sul significato della parole”.
I ritmi sono serrati, le ore di lavoro tante. Non esiste una giornata tipo, che si ripete uguale a se stessa. Non c’è routine. Tutta cambia, sempre, a seconda della luce, dell’immagine da creare, delle scadenze e dei colori. Emiliano persegue il metodo come via per l’efficienza: “Sono organizzato come in un ufficio, ma con molti straordinari.” E per staccare la spina? “Il massimo è andare in un posto lontano, preferibilmente dove non parlino la mia lingua”. 
La storia dietro all’immagine: “Divorce With Regre ritrae il rammarico dovuto ad alcuni divorzi “moderni”, decisi troppo in fretta. Figli di una società dei consumi, dove anche il sentimento è qualcosa che brucia velocemente. Usa e getta. Il pentimento viene identificato con l’abbraccio del vuoto lasciato da una persona andata via, laddove prima c’era il suo corpo.”

La tecnica usata da Emiliano per disegnare si basa sull’uso di texture, sulla manipolazione di linee e contorni. Emiliano parte da una veloce bozza analogica, uno schizzo a mano, per poi passare allo schermo del computer, dove la prima idea viene rifinita. “A mano realizzo idee velocissime, quasi degli appunti che poi ripasso in maniera più definita sul computer. La tecnica non è molto importante, è un mezzo per comunicare. Il tratto può essere digitale o analogico, ma quel che conta alla fine è il risultato”. E’ difficile definire quando l’opera può dirsi conclusa: “Si potrebbe andare avanti ad oltranza, perché qualsiasi disegno è sempre migliorabile. Ad un certo punto dico basta, prendo le distanze e mi forzo a mettere un punto”.
Un elemento ricorrente che colpisce nei suoi disegni è quello di certe figure che “prendono il volo”, come i fiori che si sollevano dallo schienale della poltrona su cui è seduto lo scrittore Saramago, o come l’uccello che vola via dall’abito di Elvis Presley (vedi la gallery che segue sotto), o come i cappelli dei collegiali che si staccano dal gambo di un fiore, creando un contrasto tra la compostezza lineare del disegno e queste immagini libere di partire. “Il volo è il sogno impossibile di ogni uomo. Non il volare con aerei o astronavi, quanto la libertà proibita di volare solo con la leggerezza del proprio corpo. Far volare gli oggetti dinamizza molto e riempie i contorni dell’immagine. Il vento può portare il soffione più lontano o far volare il pappagallo in tante direzioni, anche fuori dai bordi”.
Eh sì, caro Emiliano, continua così, a far volare la nostra immaginazione. 

Per maggiori info: http://www.emilianoponzi.com/
Articolo pubblicato su goldworld.it