venerdì 2 marzo 2012

The Weekend

Avete aspettato più di un’ora al bancone del bar, ma adesso il vostro tavolo è pronto. 
Prendete posto con cura. 
Dispiegate il tovagliolo sulle ginocchia, davanti a voi. 
Assaporate il succo d’arancia, la polpa non spremuta. 
Masticate lentamente ogni boccone delle vostre Eggs Florentine con spinaci e salmone affumicato. 
Spalmate il burro con lentezza. 
E’ la prima volta, durante la settimana, che non divorate un pasto in dieci minuti.
E’ la prima volta, durante la settimana, che il telefono non squilla mentre state masticando.
E’ la prima volta, durante la settimana, che non dovete alzarvi dalla scrivania con le posate ancora in mano. 
E vedrete che il succo d’arancia stavolta non vi andrà di traverso. 
Allentate la cintura, allungate le gambe.
E respirate, che diamine! 
Una volta a settimana torna anche la domenica.


mercoledì 22 febbraio 2012

Ordinaria Follia


Ho visto un energumeno di due metri vestito di bianco. Bianco lo scettro, il mantello, la corona. 
E’ “The White King”, si aggira per Union Square, la piazza è il suo regno. 
Ho incontrato “Il Pirata” di Brooklyn, benda all’occhio, bandana e un pappagallo verde appollaiato sulla spalla. 
Chissà che direbbe dell’ “Addomesticatore di gatti”, che vaga per Nolita con un soriano sulla zucca pelata. 
Ho visto una ballerina in tutù correre su zeppe da Drag Queen, o il “Naked Cowboy” intrattenere la folla di Times Square vestito solo di cappello, boxer e chitarra.
E’ Carnevale a New York ma non c’è nessun Arlecchino ad animare la festa, solo “pazzi di quartiere” a piede libero. 
Chi vuol festeggiare si abbuffa di pancakes, come in Italia mangiamo le chiacchiere.
Carnevale a New York è solo un altro giorno di ordinaria follia.

PUBBLICATO su A del N.7 del 16 febbraio 2012, "Il cowboy e' nudo"

martedì 7 febbraio 2012

Intervista a Zoe Beatwoman

Quanta strada ha fatto Daniela… Dalle strade di San Benedetto del Tronto, con le case basse di periferia, fino ai grattacieli di New York, con gli spazi grandi di Manhattan e i cieli al tramonto di Brooklyn, dove la musica si confonde, tra respiro e beat. E’ la musica ad aver indirizzato i suoi passi, ad averla portata dall’Italia fino a New York, al ritmo sincopato delle rime. E accanto alla musica, un’insaziabile curiosità, i film di Spike Lee, che disvelano un mondo che ben presto chiamerà “casa”.
Daniela Croci, alias Zoe Beatwoman, arriva in America il 12 Ottobre 2008, lo stesso giorno in cui, cinquecento anni prima, vi era approdato Colombo, sulle coste di San Salvador. Perché l’America? Cresciuta a sit-com a stelle e strisce, influenzata dalla cinematografia afro-americana e con l’hip-hop nel sangue, Daniela sceglie New York come meta della sua avventura oltre oceano, l’inizio di una nuova vita.
New York è citazione continua, di musica, film, scene, canzoni che sono il suo pane quotidiano. In un Apple store, il primo incontro: Daniela conosce un writer della scena hip-hop italiana. La storia inzia a girare: il B.B.King, il Sutra, la musica, fonte di ispirazione. Sul filo dei sogni e del talento, si intreccia la vita di tutti i giorni, la realtà di una metropoli, a volte esaltante a volte difficile.
L’obiettivo di Daniela Croci rimane preciso: raccontare, attraverso immagini e suoni, la quotidianità, nei suoi aspetti sociali e culturali. Il primo video nasce così, con una macchina digitale amatoriale in metropolitana, in un viaggio lungo dal Queens ad Harlem, Daniela decide di filmare la sua giornata, quel viaggio urbano, ordinario in 4 piano sequenza: “NYC subway kills me”, un video semplice, che però da il “la”, e la strada diventa più chiara.
Daniela torna in Italia per qualche mese. Ma non riposa, bensì pensa, lavora. Nasce l’idea del primo vero cortometraggio, un progetto concreto, che segnerà il suo debutto come filmmaker nel panorama newyorkese.
“Tutto è come sembra” racconta una storia di pregiudizi razziali, di creatività e ribellione, un sentito omaggio alla street-art e al graffito. E’ la storia di una ragazza straniera nella provincia italiana, che nella riservatezza della sua vita, progetta una fuga espressiva, nel segno dell’autenticità, “Perché il tutto si avvicina al nulla quando il sembrare si allontana dall’essere.”
Il cortometraggio manca di dialoghi, e la musica prende il sopravvento, nell’unione di video e sonorità che è per Daniela Croci obiettivo ultimo. Il corto viene selezionato dal New York Indipendent Film Festival: “Everything is as it seems” è proiettato in un cinema del East Village. Ecco la magia di New York, “moltiplicatore di sogni, che crea sogni sul mio sogno”, come la definisce Daniela.
“Outside of the Box”, secondo video, è la risposta ribelle contro la spinta al conformismo di chi si pone fuori da una casella già assegnata. Nasce così, nell’estate 2010, un concept video girato tutto in soggettiva, scomposto, spezzato, sincopato. Una persona appare e scompare, delinea un percorso di ambiguità e ubiquità, per concedersi infine in un unico momento di danza che esprime il suo essere più intimo e primordiale. La musica, curata da StabbyoBoy – producer del progetto Artificial Kid – crea suggestioni di attese e ansie. Sullo sfondo una Bushwick, quartiere remoto di Brooklyn, arida e lunare.
Dopo appena due settimane esce “Love n Fear”, il terzo lavoro, in collaborazione con Luca di Maggio, aka Mr di Maggio o anche Ohno, noto street artist conosciuto una notte tra le strade del Lower East Side. Di Maggio porta la sua arte a New York, su un grande muro di Houston Street, e Daniela filma la messa in opera. Collaborano Frank Jerky, video maker, e Dj Argento, beat maker del panorama rap italiano. Hip-hop, street art e beat si intrecciano, intrappolati dall’occhio della camera di Zoe.
Il primo documentario – dopo una collaborazione al progetto italiano “Versibus Alternis”, storia del free-style in Italia – racchiude tutto il sapore di New York. “Cazadora De Suenos” (ovvero the dreamcather, l’acchiappasogni) è la storia di Virgina, ragazza messicana di 34 anni, che da tredici vive a New York con il figlio, ora sedicenne, in una condizione precaria che non le permette di sognare. Tra il mondo della possibilità, l’America, a lei negato, e quello della famiglia, il Messico, Virgina sceglie il secondo, sceglie le origini, precludendosi ogni possibilità di ritorno negli Stati Uniti.
Ma è il quinto video, girato nel Febbraio del 2011, a segnare una linea di confine tra il prima e il dopo. In questo commercial, l’immagine si raffina, più pulita, più audace. Siamo a Brooklyn, nello studio di un noto tattoo artist, Gerald Feliciano. Le immagini splittate che corrono sullo schermo, la sincronia e i parallelismi, la musica incalzante mostrano la crescita di Daniela Croci come regista, e il ruolo sempre più importante che occupa il delicato momento del montaggio.
Segue “Seattle Weather”, primo video clip hip hop, realizzato per l’artista Jahsyah. Oltre all’ambiente, ai dettagli estetici e al gioco di riflessi del rapper, l’accuratezza del montaggio decreta un salto qualitativo del video, un passo ulteriore nella crescita cinematografica di Daniela.
Nell’obiettivo della camera entrano i mille volti di Brooklyn, caleidoscopio che irradia luce ad ogni ora. Il video pop di Lauren Sara“Rebel with a Cause”, è una citazione continua dell’anima iconografica del quartiere: le scale davanti casa, il rooftop, il ponte sullo sfondo.
“Recession Party”, storia di una festa tra amici, regala uno sguardo più caldo e intimo, un abbraccio familiare ma seducente; “Wanna go to Heaven” è un video gospel dai toni caldi, mentre con “Sunshine Remix – Generations”, video clip per l’artista Jadon Woodard con la partecipazione di Ghsts n Guitars, si torna alla musica hip hop e all’arte a Daniela più cara, il freestyle, con un ragazzo ventunenne di grande talento – nel video si vede la sua vena pulsare – e un chitarrista rock, uniti insieme dallo sguardo della macchina.
Daniela realizza quindi due video che rappresentano una sincera celebrazione dello street artist Destroy & Rebuild, aka Avone. Il primo è girato nel suo studio, mentre il secondo, “IF THERE IS NO STRUGGLE THERE IS NO PROGRESS”, è un promo per l’agenzia tedesca Pulsmacherche, che ha ospitato Destroy & Rebuild per un esibizione. Stampato e distribuito su Dvd, quel lavoro racconta l’insight dell’artista, utilizzando come soundtrack “Adam & Eve”, un pezzo di MF Grimm, leggenda dell’hip hop underground, che Daniela ha avuto modo di incontrare proprio grazie all’amicizia con Avone.
Nell’evoluzione stilistica di Daniela Croci, dalla volontà di documentare un momento di vita quotidiana fino ai music video dai ritmi hip-hop, il lato estetico diventa fondamentale, una cifra stilistica che arricchisce un racconto denso di suggestioni, seduzioni, ma anche attento al contenuto. E’ Daniela stessa a scoprirsi: “Il video clip è la mia strada. Nel mio lavoro attingo a tutto il mio background: danza, moda, musica, storia. Rimanendo comunque sensibile ad un aspetto socio-politico che mi riguarda, il tormento generale dell’uomo”.
Daniela mischia i generi, dal gospel all’hip hop, dall’elettronica al soul, ogni volta con uno sguardo diverso ma fedele a se stesso. Uno e molteplice, come la sua personalità e il mondo che attraversa. Un ibrido che crea e domina, una molteplicità che si materializza.
E nel futuro prossimo? Si mescolano ancora le carte. Senza voler troppo concedersi, Daniela pensa ad un nuovo video concettuale, con l’orecchio teso ai rumori e agli umori di New York. Al centro c’è sempre l’individuo, il desiderio di comunicazione nell’era digitale, e la sua immagine, reale e virtuale.
A noi non resta che aprire gli occhi e inseguirla, come abbiamo fatto tra le strade di Bushwick, tra rime e voci, storie e volti. Ma alla fine della corsa saremo al punto di partenza. E mentre Daniela si allontanerà ballando, per tornare poco dopo con un’altra storia, rimaniamo con una domanda: è davvero tutto come sembra?

Per saperne di più: http://www.zoemap.com
Articolo pubblicato su goldworld.it 

martedì 20 dicembre 2011

sushi for sale


Inutile discutere di saldi con un newyorkese: vi riderà in faccia. 
Fate la posta a quell’abito in vetrina? Contate i giorni che vi separano dall’ora X? Pura fantascienza. Perché aspettare? Perché soffrire? 
New York è una città fondata sullo shopping e il sacro santo saldo qui c’è tutti i giorni. 
Ogni negozio ha il suo angolo delle occasioni, con capi di appena un mese fa già scontati, a portata di tasca, lontano dalla ressa delle “shopaholic”.
Sogno per il turista votato al risparmio, che striscia la carta e colleziona affari.
Certo si perde in suspense, e i negozianti hanno inventato il saldo “differenziato”: 
scarpe a metà prezzo il lunedì, cappelli e sciarpe 3x2 nei giorni pari, mercoledì “cyber discount” ed il weekend abiti e pochette. 
E il saldo arriva anche in cucina: i ristoranti che hanno necessità di ingredienti freschi ogni giorno, tagliano i prezzi dopo le nove. 
Lunghe file davanti ai locali giapponesi: su un cartello si legge "sushi for sale". 


Pubblicato su A - gennaio 2012

mercoledì 30 novembre 2011

Questioni di mancia



Il Signor Rossi si sente tirar per la giacchetta, li’ fuori dalla porta, mentre si accende una sigaretta. 
Il cameriere col grambiule bianco lo incalza: “Sir, i conti non tornano!” Rossi e’ interdetto: fastidiose questioni di mancia.
Italiano medio di media statura, Rossi esprime un sincero disappunto per questa primitiva usanza: le ‘tips’, non incluse nel conto, arrivano con il dolce, cosi’, a tradimento.
Ma quel che a Rossi sfugge e’ della mancia il valore: economico, sociale, semantico. E’ il prezzo del servizio, metro di giudizio, insindacabile comunicazione: pollice alto per un servizio impeccabile, pollice verso per il maldipancia.
La mancia e’ il valore del lavoro, che qualcuno ha detto, “nobilita l’uomo “. Ma Rossi di questo se ne infischia.
Il cameriere lo riconduce alla cassa, mentre tutto il ristorante si volta a guardare.

mercoledì 23 novembre 2011

L'albero della parrucchiera #3


Un felice Thanksgiving a tutti! 

Anche dall'albero della parrucchiera.

domenica 6 novembre 2011

I volti di OWS

Nessun dorma a Zuccotti Park.
Le tende azzurre non ci sono più, i ragazzi di Occupy Wall Street tornano a casa a passare la notte.
Per due mesi gli indignati americani hanno occupato la piazza, protestando contro corruzione e crisi finanziaria, lobby d’interessi e ricchezza elitaria, creando un fenomeno senza precedenti a New York. Da un rettangolo di cemento questa voce si è espansa in tutto il mondo.
Adesso le cose sono cambiate: gli indignandos non possono più accamparsi e dormire a Zuccotti Park, solo ritrovarsi come semplici passanti che si incontrano e discutono. Ora che le tende sono state sgomberate, assieme ai sacchi a pelo e ai materassi che invadevano la piazza, riusciranno i ragazzi di Occupy Wall Street a continuare la loro protesta pacifica contro l’ingiustizia sociale?
I manifestanti continuano a ritrovarsi sotto i raggi rossi di Joie de Vivre, una scultura in metallo sul lato sud-est di Zuccotti Park. Cala la sera e con essa il silenzio, ma è un silenzio forte, pieno di speranze, il silenzio di chi non si arrende.
Sono le sette e l’Assemblea Generale ha finalmente inizio.
“Mick check! Mick check!” grida una voce. “Prova microfono”, ma qui di microfoni non ce ne sono. La voce di una persona sola, ripetuta e amplificata dalle tante voci di Occupy Wall Street, conquista la piazza. L’eco accende l’atmosfera: “Siamo il 99%!” E’ una spazio democratico questo, senza leader, senza gerarchie.
Ma chi sono questi ragazzi? Chi c’è dietro la voce unanime che ripete senza sosta gli slogan del movimento? Chi si nasconde dietro la maschera di Anonymous?
Dana ha 17 anni, tante lentiggini su un viso pulito, l’aria imbronciata di chi ha già visto un mondo che gira storto.
Ha preso il treno da Patchogue, nella Contea di Suffolk, Queens, ed e’ venuta a Zuccotti Park per rivendicare i propri diritti di liceale. “Voglio prendere parola all’Assemblea Generale, dire basta a privilegi di pochi, a corruzione e iniquità. C’è un insegnamento di serie A e uno di serie B, e la mia educazione ne è penalizzata”. Stasera Dana gridera’ “Mick check” e tutta la piazza, in coro, parlerà con lei.
Sonny se ne sta in disparte, i capelli avvolti in un turbante blu. Ha una laurea in Educazione e Giustizia sociale, si interessa di musica e coesistenza tra popoli.
“Ho subito molte discriminazioni nella vita, ora voglio un mondo più equo. Conduco una lotta non violenta contro il capitalismo e le multinazionali, contro la divisione tra ricchi e poveri, contro ogni forma di prevaricazione, come questo sgombero: noi non ci arrendiamo”.
Sonny non ha mai passato le notti a Zuccotti Park, preferendo tornare a casa. “Ma ogni mattina sono sempre qui, per contribuire fisicamente a questo movimento. Andiamo avanti con la nostra disobbedienza civile”. L’importante è esserci.
Capelli riccioli che spuntano da un cappello calato all’indietro, Alik sembra il ragazzo pulito del Texas, cresciuto tra bufali e prateria. Invece è un ragazzo di Brooklyn, nato non lontano da qui.
A Zuccotti Park lucidava scarpe per racimolare qualche dollaro. Che cosa farà adesso che il villaggio in miniatura degli indignados è stato spazzato via? “Questa e’ stata come una casa per me, mi sono fatto tanti amici e ho trovato qualcuno che puo’ ospitarmi. Ma sono deciso a ritornare qui ogni giorno”.
Il lucido da scarpe e’ sempre li’. Alik parla, discute e fa business a Zuccotti Park. Nel tempo libero protesta.
Avi è un attivista e aspirante scrittore di Honolulu che ha rivestito un ruolo importante nei due mesi di occupazione.
E’ un ‘facilitator’, un arbitro sopra le parti che modera i momenti di discussione. Al tramonto riporta quanto detto all’Assemblea Generale.
“L’Assemblea è il vero momento di incontro del popolo di Occupy Wall Street, un momento necessario, in cui le tante voci di Zuccotti Park si uniscono”.
Alik e Avi, entrambi indignati, appartengono alla stessa piazza, eppure non potrebbero essere più diversi. Rappresentano una contraddizione tutta interna a Occupy Wall Street, che si risolve nella comunione di intenti: continuare la protesta. Forse non si sono neanche mai incontrati.
Avi parla di coesione: “E’ importante che ci sia democrazia di idee: nessun leader, nessuna struttura, non un portavoce. Siamo tutti leader, e così disorientiamo media e autorità”. 
La polizia, infatti, ha incontrato non poche difficoltà a trovare un interlocutore. I tentativi di compromesso politico sono naufragati di fronte al rifiuto di eleggere un portavoce dei manifestanti. Questa impossibilità di confronto è stata una dei fattori che ha convinto il sindaco Bloomberg della necessità di sgomberare. Quando i poliziotti distribuiscono i volantini con le nuove regole e i nuovi divieti, i manifestanti li trasformano in origami.
La protesta di Wall Street, priva di leader e di gerarchie, ha in realtà due fondatori.
Ispirata dalle Primavere Arabe, dall’occupazione di piazza Tahrir al Cairo, e dagli indignados di Madrid, ‘Occupy Wall Street’ nasce dalla mente di David Graeber e di Kalle Lasn.
Antropologo statunitenste con aspirazioni anarchiche, Graeber e’ docente al Goldsmiths College di Londra nonché autore del libro “Debito: I Primi 5,000 Anni”, un’inusuale analisi sullo scambio e sul valore. E’ stato lui a creare lo slogan “We’re the 99%” che unisce sotto un’unica bandiera le proteste di tutto il mondo.
Lasn e’ il fondatore di Adbuster, rivista anticonsumista canadese, che ha lanciato, alla meta’ di Luglio, l’appello ufficiale ad occupare Wall Street. Adbuster ha fissato luogo e data, 17 Settembre, ma e’ stato poi Graeber a guidare il movimento, conducendolo a Zuccotti Park.
Lungo il marciapiede est della piazza i manifestanti alzano cartelli contro i banchieri, quell’1% che dalla crisi ha tratto profitto.
Dietro ad un tavolo coperto di volantini, incontriamo Nathan, un ragazzo del Texas che si è unito alla protesta da poche ore. “Questo sgombero ci ha reso solo più forti”. Nathan è un web designer freelance di scarso successo - colpa della crisi, dice - che si guadagna da vivere con qualche lavoretto qua e là. Dorme nel suo camper per non pagare un affitto che comunque non potrebbe permettersi. Una vita itinerante la sua, da Austin fino a Zuccotti Park. Risponde con disarmante schiettezza alle nostre domande: “Temete l’inverno?” “Nient’affatto, non lasceremo la piazza. Zuccotti Park è un simbolo e noi, che siamo il 99%, apparteniamo a questo posto. New York è il centro nevralgico di questo movimento, ed io volevo esserci”.
Poco distante c’e’ Bill, docente all’Università di Pittsburgh, ora al suo anno sabbatico, confessa di aver avuto qualche perplessità quando il movimento è nato. L’organizzazione nebulosa non prometteva un progetto di lunga durata. “Poi ho visto alcuni video su youtube in cui i poliziotti aggredivano i manifestanti durante la marcia a Times Square. Ho anche guardato il sito web di Occupy Wall Street, ho trovato un programma più definito e ho capito che le intenzioni erano serie. Così ho deciso di unirmi alla protesta”.
A Zuccotti Park, Bill era volontario presso la libreria, un altro piccolo simbolo di autogestione democratica che è stato smantellato assieme alle tende. Stesse sorte è toccata alla mensa, al centro informazioni e alle bancarelle dei vestiti usati.
Dopo un giorno passato tra le voci e le diverse realtà che compongono Wall Street, rimangono però molte questioni irrisolte.
Come verrà indirizzata la protesta ora che la piazza è stata sgomberata? Quale sarà il prossimo passo? E soprattutto: riuscirà Occupy Wall Street a superare l’inverno?
Le voci dei protagonisti di sovrappongono e si mescolano, non riuscendo però ad unirsi in una richiesta chiara, logica, mirata. Un punto di forza, dicono in molti, eppure è la piazza stessa ad accorgersi di come l’indeterminatezza costituisca un pericolo.
“Stasera l’Assemblea cercherà di definire un’agenda” spiega Bill, che forse di tanta pluralità inizia solo adesso a vedere il limite.
Su un solo punto tutti sembrano essere d’accordo: questo è solo l’inizio. 

Photo Credit: Davide Bernardi | www.davidebernardi.it
All images that are Copyright © Davide Bernardi. All rights reserved.